Manufatti da R.E.

Prodotti di nicchia, solo per veri cultori e appassionati.

Tutte le creazioni Rocca di Lumèra sono realizzate in pezzi unici, ma di questa nuova linea, ciò che merita una mensione particolare sono i segnalibri. Il costo di questi oggetti può sembrare apparentemente elevato, ma venendo a conoscenza dei processi di lavorazione ed entrando perfettamente nell’anima di questi pezzi unici, ci si accorge che così non è affatto.

Si tratta di dare un significato ad un oggetto destinato, per qualità, pregio ed anche costo, ad essere classificato come prodotto cult, trasmettendo a chi lo possiede e accarezza durante la lettura la sensazione che il legno sia vivo e sempre in divenire. Sembra infatti, quasi come per magia, che reagisca agli umori microclimatici con le sue impercettibili torsioni, disidratazioni, riacquisto di compattezza, perdita e conseguente riacquisto di lucidità a seconda delle temperature stagionali, quasi come un essere vivente.

E’ dunque qualcosa di veramente vivo, come solo il legno sa essere, creando una simbiosi intima con chi lo possiede, assorbendo e rilasciando gli umori della propria pelle, variando da soggetto a soggetto.

Un’idea regalo originale, raffinata, discreta, non urlata, magari da aggiungere a Pollicino o ad un libro, a seconda delle circostanze o, perché no, un bel modo per farsi un regalo curando nel dettaglio i nostri momenti di relax più intimi e raccolti in compagnia di un buon libro.

Brillo e la Magia di Bacco

Si è brilli quando si è “accompagnati” da qualche bottiglia di vino, si è allegri e si sta in piedi da soli, si è in una via di mezzo tra la sobrietà e la sbronza, il limite oltre cui non si riesce a stare in piedi.

Questa definizione vale tanto per le persone quanto per il simpatico portabottiglie realizzato da Rocca di Lumèra. Questo riesce a stare in piedi solo se “accompagnato” da una buona bottiglia, è dunque il vino a farlo stare in piedi e non si può far altro che…accogliere la magia di Bacco!

Clicca qui per scoprire questa creazione più da vicino!

Running Stones

Rivoluzionari e originali pomoli di estrema personalità in Pietra.

Quest’articolo unisce la compattezza e resistenza di un monolite come la pietra all’originalità di un design unico e moderno. A ciò si aggiunge la semplicità e rapidità della posa in opera grazie ad un moderno ed affidabile sistema di fissaggio, frutto di un’avanzata tecnologia nei sistemi di fissaggio. Grazie a questo, i pomelli si possono fissare al legno, al cemento o qualunque altro supporto.

A completare l’opera vi è una palette di colori dalle finiture standard di serie.

Grazie al nostro team di artigiani e designer riusciamo a realizzare pomelli di dimensioni e colori diversi per soddisfare qualsiasi richiesta da parte dei clienti.

Clicca qui per scoprire le diverse finiture!

Design by Nature

Una virgola nata da un’officina industriale

L’assordante frastuono di un martello pneumatico, il cadenzato ed improvviso rumore dell’accensione di un compressore ad aria, il ritmato suono quasi musicale di un martello che battendo sul metallo riesce pian piano a modellarlo e plasmarlo, il sibilo stridente di una smerigliatrice che a contatto col metallo crea suggestive scintille seguite a poca distanza dall’abbagliante luccichio di una saldatura, anch’essa scintillante e quasi scenografica. E’ questa la foto di una vita da cantiere o di un’officina industriale dove tutto viene sapientemente creato secondo i dettami di un progetto già calcolato. E’ il luogo dove pian piano un’elegante e confortevole dimora prende forma lasciando a terra resti e scarti di lavorazione di difficile recupero.

Da qui la nostra sfida nel recuperare parte di questi resti, assemblarli e farli rivivere donandogli nuova vita…è così che nasce Virgola.

Clicca qui per scoprire come il frastuono di un cantiere può tramutarsi in quiete, relax, in riflessione…

 

Uccelli di Rovo

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E tu cosa preferisci? Uno Specchio o un Quadro?

 

“L’uccello con la spina nel petto, segue una legge immutabile; è spinto da non sa che cosa a trafiggersi, e muore cantando. Nell’attimo stesso in cui la spina lo penetra, non ha consapevolezza della morte imminente; si limita a cantare e a cantare, finché non rimane più vita per emettere una sola altra nota. Ma noi, quando affondiamo le spine nel nostro petto, sappiamo. Comprendiamo. E lo facciamo ugualmente. Lo facciamo ugualmente.”

Dal libro “Uccelli di Rovo” di Colleen McCullough

 

“La leggenda narra di un uccello che canta una sola volta nella vita, più soavemente di ogni altra creatura al mondo. Da quando lascia il nido, cerca e cerca un grande rovo e non riposa finché non lo abbia trovato. Poi, cantando tra i rami crudi, si precipita sulla spina più lunga e affilata. E, mentre muore con la spina nel petto, vince il tormento superando nel canto l’allodola e l’usignuolo…”

Dal libro “Uccelli di Rovo” di Colleen McCullough

Qui trovi il nostro emozionante video con la colonna sonora di Uccelli di Rovo!

Nobili gesti tramutati in Arte, la leggenda di Arlecchino

Una leggenda narra che un tempo esisteva un buffo personaggio dall’accento veneziano, ma che veneziano non era, bensì bergamasco. Egli possedeva un costume dai “cento” colori, ma da dove nacque questo suo bizzarro modo di vestire? Si dice che questo personaggio, di nome Arlecchino, fosse molto povero. Da bambino viveva con la madre in una modesta dimora e andava a scuola; qui, in occasione del Carnevale, la sua maestra organizzò una festa invitando gli alunni a vestirsi in maschera, i quali accettarono entusiasti. Quel giorno tutti i bambini si travestirono ed erano gioiosi, tutti tranne Arlecchino che, per via delle scarse risorse finanziarie della famiglia, non poteva permettersi un costume di Carnevale. I compagni di scuola, dispiacendosi nel vederlo tanto triste, decisero di portare a sua madre un pezzo di stoffa di ogni loro costume colorato così la donna fece un abito che il figlio trovò sorpreso ed entusiasta al mattino seguente. Quel giorno fu proprio Arlecchino la maschera più bella e festeggiata, grazie al nobile gesto dei compagni.

Rocca di Lumèra vuole omaggiare questo nobile gesto con una sua creazione, un moderno e simpatico quadro d’arredo. Clicca qui per scoprire il nostro Arlecchino.

Così come ogni singolo pezzo di stoffa colorata ha contribuito alla realizzazione del costume più noto della tradizione carnevaliera, da noi ogni singolo blocchetto colorato, di scarto anch’esso, contribuisce alla nascita di un imponente e rivoluzionario quadro d’arredo.

Il cielo in una Stanza

Le nuvole fanno sognare, fanno immaginare mondi lontani, a volte ci fanno conoscere meglio noi stessi perché guardandole si dà una personale interpretazione della loro forma in base alla propria personalità appunto, in base ai propri gusti, alle proprie emozioni e stati d’animo.

“Leonardo Da Vinci vedeva alberi, paesi, battaglie e tante altre immagini nelle macchie che trovava sui vecchi muri. Shakespeare vedeva draghi e altri animali nelle forme delle nuvole. Bernardone non vede niente altro che nuvole nelle nuvole e macchie nelle macchie.” Bruno Munari, in “Arte come Mestiere”, fa riferimento in questo passaggio ad un gioco creativo: individuare le immagini nascoste dietro alle forme comuni.
Ogni nuvola è unica, sta lì in cielo, si fa desiderare, impalpabile, appare, si trasforma nelle sue forme, sfuma e fugge via. Fanno parlare di sé e si lasciano dedicare intere canzoni, De Andrè di esse scrive:

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Rocca di Lumèra si ispira proprio alle nuvole per inaugurare la tipologia delle lampade da soffitto, ideali per la cameretta dei bambini e dei ragazzi.
Cliccando qui potrete scoprire i vari esemplari e avere sempre…il cielo in una stanza!

Buona visione e…immaginazione!

Cenerentola

Può una zucca diventare carrozza? Solo nelle fiabe! In compenso, nell’arredo ecosostenibile che incontra l’alto design, una zucca può diventare un particolare ed eccentrico pezzo d’arredamento. Rocca di Lumèra è riuscita a trasformare questo comune ortaggio in una lampada, avvalorando il detto siciliano “falla comu voi, sempri cucuzza è” (falla come vuoi, è sempre una zucca).

L’ultima creazione firmata Rocca di Lumèra è quindi un’opera ironicamente originale nella scelta del paralume ricavato da una zucca resa lignea ed essiccata dal tempo con all’interno la tipica sabbia vulcanica etnea impreziosita da un effetto brillantato che, con il suo effetto scintillante, invita l’osservatore ad immergersi in una delle più classiche fiabe.

Il noto racconto popolare narra di una benestante giovane che, rimasta orfana di entrambi i genitori, continua a vivere una vita infelice con la matrigna e le due sorellastre fin quando incontra la Fata Turchina. Quest’ultima la sottopone ad un incantesimo per permetterle di prender parte al ballo organizzato dal Re al suo palazzo per trovare la sposa al principe suo figlio. Oltre il vestito di Cenerentola e altri personaggi trasformati in cavalli e cocchieri, il tutto degno di una vera principessa, anche una semplice zucca fece la sua parte essendo stata trasformata in una meravigliosa carrozza.

Vi sono vari punti in comune quindi con la Cenerentola di Rocca di Lumèra, in quanto la zucca è stata lavorata dai nostri abili artigiani per essere trasformata in una meravigliosa lampada da terra.

Inoltre, anche la scelta dell’applicazione della cenere vulcanica non è data al caso poiché Rocca di Lumèra è molto sensibile ad alcuni elementi criptici, facendo riferimento all’assonanza tra il nome dell’opera e del materiale utilizzato.

Il resto della struttura è composta da due rami di Ulivo, uno impreziosito dalla “creatività” del Fleotribo (il Tarlo Creativo appunto), già noto nelle opere Rocca di Lumèra con l’originale lampada da terra che prende proprio il suo nome, visionabile al seguente link http://www.roccadilumera.com/store/fleotribo-14114 , e l’altro più levigato che presenta una parte della corteccia che dona un sicuro effetto tattile e visivo.

Il tutto fissato su una base in Roccetta di Taormina opportunamente scavata a mano per fissare la lampada, grazie all’utilizzo di scalpellino e martello.

Per conoscere Cenerentola per intero e nel suo aspetto più tecnico clicca qui http://www.roccadilumera.com/store/cenerentola-20416 .

Approda dalle Americhe il Guaiacum Sanctum (Legno Santo)

Arriva dalle Americhe la nuova linea firmata Rocca di Lumèra, quella del Guaiacum Sanctum, o meglio conosciuto come “Legno Santo”, l’albero nazionale delle Bahamas. Si tratta di un legno pregiato e raro da trovare, che racconta storie fatte di abissi e luoghi lontani, in quanto naufragato e recuperato solo dopo violente mareggiate e solo in alcuni punti della Sicilia, dove i mari e le correnti si incontrano creando veri e propri vortici che persino uomini di mare di grande esperienza cercano in tutti i modi di evitare, a volte rimanendo vittime di drammatici naufragi. Sin dall’antichità, questi incontri di correnti hanno terrorizzato i naviganti, il più famoso tra i quali Ulisse, con le mitologiche Scilla e Cariddi.

Le caratteristiche di questo legno, ricco di resine naturali, sono la durezza, la compattezza, la pesantezza ed è inoltre uno tra i pochissimi che non galleggia. Venne utilizzato per la costruzione di alcuni componenti delle prime imbarcazioni a motore e porta, ancora oggi, i segni del tempo trascorso negli abissi pur mantenendo il suo aspetto originario intatto e tuttora viene apprezzato e utilizzato per la realizzazione dell’ossatura portante di importanti imbarcazioni.

La filosofia di questa nuova linea è di evidenziare quello che a prima vista può sembrare un banale frammento di legno per poi andare a scoprirne l’anima con le sue misteriose e affascinanti storie da raccontare o da immaginare. Ed è proprio questo fascino che intendiamo recuperare con racconti, e forse drammi, fatti di navi inabissate chissà in quale luogo, donando, con le nostre opere, una nuova vita e dignità ad ogni singolo frammento di questo prezioso legno, cercando di conoscere le sue affascinanti storie.

Per scoprire le opere realizzate con il Legno Santo, visita il nostro sito Internet http://www.roccadilumera.com

Saccu ‘o Rre (Sacco al Re)…una fiaba siciliana!

Quest’opera firmata Rocca di Lumèra prende il nome da una fiaba siciliana, da un tipico cuntu. E’ una fiaba nella quale è assente ogni connotazione magica, l’unica magia che potrebbe notarsi è riferita alla lingua nella quale quale è narrata la storia, una lingua legata alla zona dei Nebrodi, forse quella rimasta più inalterata nel tempo, con una semplicità tipica del genere fiabesco. Si assiste, in particolare, ad una variante linguista che consiste in una mescolanza di tratti arabi e francofoni, il troinese, parlato in un territorio che si estende tra Enna, Messina e Catania. Ricca di antichi boschi risalenti agli anni mille, Troina fu la prima capitale normanna della Sicilia. Di seguito riportiamo questo tipico cuntu, in lingua originale e a seguito in italiano, dal quale prende nome la nostra opera costituita da Abete, proveniente proprio dalle zone nebroidee, e un sacco di Juta, protagonista dell’opera quanto della fiaba. Per ammirare la creazione per intero rimandiamo al nostro sito Internet http://www.roccadilumera.com al seguente link http://www.roccadilumera.com/store/saccu-o-rre-204016

 

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Pecciò, ‘na vota c’era un giovanottu , si chiamava Niria. Allura, siccuomu discinnia di ‘na famigghia povera, un jornu ‘cci dissi ‘a testa di irisinni da sò famigghia e mittirisi in cerca di lavoru. Siccuomu a ‘ddi tempi c’era ‘a munarchia, c’era un castellu unni abbitava ‘stu rre; allura ci dissi a testa s’inniu ‘nna ‘stu castellu, arrivau dda e abbaiavunu i cani; chiama e c’arrispunniu un fatturi, era sira, quasi cu scuru, e si fici avanti ‘stu certu Niria.

– Chi cosa addisidara?

– Sugnu in cerca di travagghiu e vulissi parlari cu quaccunu c’amministra ccà.

– Iu sugnu u fatturi do rre. C’è ‘u postu di lavoru, siccomu chiddu chi c’era si nni iu, ch’era ‘nzianu.

S’accuddaru ‘o priezzu.

– Vidimu quantu tai’ ‘a ddari, di dumani po’ ccuminciari a travagghiari. E ci dietti ‘u postu comu staffieri, stallieri; iddu s’avia occupari dî cavaddi. Avianu tri cavaddi, unu do rre, unu da rriggina e unu da principessa. Si misiru a travagghiari continuamenti , ci diettiru ‘i ruobbi, ‘u vistiru ppi beni, chi avia a nniesciri a puttari ad iddi a spassu, s’avianu a fari ‘i passiggiati settimanali e ttuttu proseguia beni. Siccuomu ‘sta principessa, ‘a figghia do rre, era rannuzza, cci cuminciau a firriari ‘a testa: ‘a principessa taliava a ‘stu Niria chi era un bel giovani, pecciò ‘u rre si nni ia accuggiennu chi c’era quaccosa chi non quatrava! Passa uoggi, passa dumani ‘u rre si nnaddunau chi ci strammau ‘a testa ppi ‘stu Niria e si nnaddunau macari a regina:

– Ora comu facimu pi llibbirarini a chistu di ccà? Avianu passatu du misi, tri misi, un jonnu, cci dissi a testa, oddinau all’operai di libbirarisi di ‘stu Niria.

– Viditi s’ ‘u putiti ‘ttaccari intra un saccu, dumani matina priestu ‘u carricamu supra un carriettu e si va ‘bbia. Allura oddinau di illu a ‘bbiari a mari. A nuotti ‘u ‘ttaccaru intra un saccu pi illu a puttari a mari, comu a Catania. Strata faciennu, picchì ‘a strata era luntanu, ficiru arripusari ‘sti cavaddi e trasiru ‘nto un funnucu. Allura chistu capiu chi si stavanu arripusannu e cuminciau intra ddu saccu a fari vuci: – Mi vuonnu dari ‘a figghia do rre e iu n ‘a vuogghiu, mi vuonnu dari ‘a figghia do rre e n ‘a vuogghiu!

Si lamintava ripetutamenti di ‘stu fattu, ca ci vulevunu dari ‘a figghia do rre e iddu n ‘a vulia. C’era unu dda nna ‘nte paraggi c’avia ‘na puocu d’armali, piecuri, vacchi; comu sintiu dda situaziuoni si c’avvicinau, trasiu dda intra, di latu ‘i latu.

– Giovanottu, dici, chi è ‘ssa situazioni?

– No, dici, nienti, mi vuonnu dari ‘a figghia do rre e iu n ‘a vuogghiu.

– Ma, dici, pò iessiri? Talé chi facimu, dici, ti sciuogghiu, niesci tu di duocu a intra e mmi ci mettu iu, iu ma pigghiu ‘a figghia ‘o rre, autru chi, m ‘a spusu! Nisciu a chiddu, si fici ‘ttaccari dda intra. Chiddi appena temminaru di manciari e d’arripusarisi, proseguiru a ‘ssa strata, arrivunu a mmari, u ‘bbiaru a mmari e si nni tonnunu. Comu arrivaru ‘nno rre ci dissiru: – Tuttu a puostu, dici, nu liquitammu finammienti! Dopu un periudu di tiempu, avissuru passatu sei misi, […] ‘stu rre c’avia fatturia, c’avia tirreni, c’avia cuosi, c’avia pasculi.

Chistu dici: – Comu fazzu ora a gghirimi a pprisintari dda n’autra vota, ‘stu Andrea, stu Niria (Andrea si dici in italianu, Niria si chiamava). Si camuffau, si misi ‘na varva, si vistiu di viecchiu, finta chi zuppiava e si prisenta n’autra vota ‘nno fatturi do rre. Chiamau n’autra vota e ci dissi: – C’aiu ‘na puocu d’armali e sugnu in cerca di pasculu.

– Facitivi avanti, vidimu comu ni putemu miettiri daccuoddiu: – Na puocu i pasculi nu’ autri l’avimu, c’avimu ristucci, tirrena. Si puigghiau ddi pasculi.

‘U rre ‘nno frattiempu era tranquillu chi si nn’avia libbiratu di ‘stu Niria; passaru ‘na puocu di jonna, ‘a principessa a cchistu ‘u canusciu (sa vidi iddu s’avia signi patticulari ‘nna facci o ‘a matina, mentri si lavava ‘a facci, si luvau dda varva finta ch’avia), pigghiau e cciu dissi a ‘sso mamma e si misiru a spiallu quannu si lavava ‘a facci e scopriru chi era ‘stu Niria. Un jonnu c’ ‘o rre s’alluntanau, ‘u chiamaru ‘i latu ppi cuntarici com’era ‘sta situaziuoni.

– Iddi m’abbiaru dda a mmari, m’abbiaru avanti avanti dici, dda cci nn’era bieni ‘i Diu, mi pigghiai ‘na para ‘i vacchi, ‘na para ‘i piecuri, chiddi chi m’aggiuvaunu e sugnu ccà ora, a ‘sti cuosi cuosi. D’un latu lì per lì non ci dissiru nienti ‘o rre, però appuoi, passannu tiempu, ‘u rre ‘u cuminciau a capiri (iddi chiacchiariavunu fra mamma e figghia paruoli ca nun si faciunu capiri).

– Niria tunnau n’autra vota, chissu cu ‘ssi piecuri, ‘ssi vacchi ieni iddu, chiddu chi tu mannasti a ‘bbiari ‘nto mari!

– E comu si trova ccà?

E cci cuntaru ‘a stuoria.

– E ora, dici, comu facimu? Cu cchistu nun amu fattu nienti, ama cciccàri chi ni l’amu a liquitari n’autra vota, ma stavota ‘u mannamu a ‘bbiallu ‘nta ‘na banna cchiù funnutu, o ‘u mannamu ‘nna quacchi mmari unni ci su ‘i squali, quantu su màncinu e non tonna cchiù!

Allura ogganizza n’autra situaziuoni ‘a stissa di chidda ‘i prima, invieci di ddui ci ‘nni mannau quattru vaddia, ‘u ‘ttaccàru ‘nto ‘n saccu buonu (tannu si usaunu ddi sacchi ‘i pagghia): – attaccatulu buonu in maniera chi chistu non si fa vidiri chhiù ccà!

‘A prima vota ‘u ‘bbiaru ‘nno mari, ppi diri a Catania, ‘a secunna vota ‘u puttaru ‘nto un mari cchiù funnutu, ppi diri di ddi patti ‘i Paliemmu, Cefalù. ‘A strata era un pocu cchiù lluntanu e si ‘nni iru n’autra vota cu ddi cavaddi, di muodu c’ ‘a ‘stu Niria su luvava d’ammienzu ‘i piedi, picchì era cuntrariu, non ci ‘a vulia dari a ‘sso figghia; invieci idda era ‘nnammurata di ‘stu Niria. Quannu arrivaru ‘o ‘n ciettu puntu, apuoi non si fimmaru ‘nto un funnucu (c’era ‘na spieci di risturanti e si fimmaru dda).

– Cu sà v’arripusati, ciccàti quantu chistu nun avi cchiù cuntattu cu nuddu, non cridu chi chistu ni fa ‘a varva n’autra vota!

E allura ‘u ‘nchiudiru a ‘na banna, dda c’era un puttieddu segretu, c’era un quatru davanti, quantu nun si n’addunava nuddu. C’era ‘u patruni do ristoranti, dici: – ama ‘scutari com’è ‘a situaziuoni.

Mentri chiddi manciaunu, s’arripusaunu ‘i cavaddi e cuosi, chiddu sullivau ddu quatru e ascutava, e chiddu cumincia ch ‘a stissa stuoria, dici: – mi vuonnu dari ‘a figghia do rre e iu n ‘a vuogghiu, mi vuonnu fari spusari ‘a figghia ‘o rre e iu n ‘a vuogghiu e comu ai’ ‘a ffari no sacciu, aiutatimi coccadunu, si lamintava, si facia:

– aiutatimi a ‘nniesciri, iu a idda nun ma spusu, mancu si mi dununu tuttu l’uoru du munnu!, tutti ‘ssi trafichi. Ma p’ ‘a figghia ‘o rre iu… Sullivau ddu quatru, s’infila ‘nna ddu puttieddu e trasi dda intra. C’avvicinau.

– Ma com’è ‘a stuoria? Cuntimilla ggiusta.

– Ma, dici, mi vuonnu dari ‘a figghia ‘o rre; cci nnuminau ‘u rre tiziu: – nn’avi bbieni e ‘ntantu iu n ‘a vuogghiu, non è mugghieri ppi mmia!

– Ma, dici, pò iessiri santu cristianu? Talè chi facimu dici, niescitinni tu di duocu e mi cc’infilu iu, mi ‘ttacchi biellu fittu, quantu non ci facimu capiri nienti a nuddu, picchì si chiddi vienunu va ffinisci chi ni scoprunu. S’infila chiddu, chiddu si nni niesci, s’infila ‘nna ddu puttieddu. Addivintau ‘u patruni ‘i ddu ristoranti.

Chiddi proseguiru, quannu arrivaru ‘nta ddu mari, chi c’era un mari funnutu, c’erunu scogli funnuti, dici: – Ccà l’ama ‘bbiari, ccà non niesci sicuru! Ci ‘ttaccàru un piezzu ‘i petra ‘nna ddu saccu, quantu si nni calava ‘o funnu, ‘u ‘bbiaru dda intra e ssi nni tunnaru.

Quannu arrivaru dissuru: – Sò Maistà ‘sta vota Niria non pò tunnari cchiù.

Chiddu addivintau ‘u patruni di ddu ristoranti, ‘u rimodennau, fici un ristoranti di chiddu a cincu stelli, ota avia appuoi i suoddi. Passannu apuoi ancora tiempu, passa un annu, passaru ddu anni, passaru tri anni, dda principessa siempri avia a chiddu ‘nta testa, a ‘stu Niria non su scuddau. Maritari non si vulia maritari, regnanti chi c’iunu ‘nno rre chi vuliunu a sso figghia, ci dicia a tutti no, idda ci dicia: – Ommai non mi maritu cchiù, non mi maritai cu Niria, ora basta! E non si vuosi fari cchiù fidanzata, non si vuosi maritari. Un jonnu cci dissi ‘a testa ‘o rre, dici: – N’ama ffari ‘na vacanza (si cuminciaunu a usari ‘sti vacanzi).

– Ni nnama gghiri a mmari, quantu a chista n ‘a luvamu d’intra, aluvoti ci capita quacchi occasioni e si marita; ora chista crisciu e non si marita cchiù, a ‘stu Niria non su vousi scuddari! ‘A rrigina, ‘u rre si prinotunu ‘na vacanza (chi sacciu unni si nn’avianu a gghiri, ‘nna ssi patti ‘i Paliemmu, Cefalù, duocu).

Spara chi spunta va passaru di ‘nna ‘stu ristoranti! Arriunu ‘nna ‘stu ristoranti, si prenotunu ddu jonna di ferî dda: – N’arripusamu ddu jonna, ni fimmamu ‘nna ‘stu ristoranti, suddu arricanuscimu chi ccà ‘u stari è buonu, ni fimmamu ccà. ‘A sira pennottaru dda, oddimali stettiru dda.

Diavulu falla!, ota ch’idda avia ‘a testa picciata, ‘a principessa, ci va dissi ‘a testa:

– aluoti è comu l’autra vota, dissi: – chistu cca ‘nno pallari mi pari ‘u stissu, ‘nna cietti gesti chi ffa, ‘nna cietti cuosi.

Chiamau a sso mamma, ‘na vota ‘i largu: – Chi ti nni pari? A mmia mi pari iddu, è vistutu ppi beni, avi già tuttu n’autru aspettu (era tuttu n’autru cristianu, non era cchiù chi avia ‘i piecuri e avia ‘i vacchi, appuoi era patruni di ddu ristoranti, un ristoranti per beni, avia operai, avia cuosi chi sivviunu, ggienti e cuosi, era attrizzatu beni).

So mamma dici: – ‘Nno pallari iddu pari, Niria. Inzomma so mamma era daccuoddiu, so patri nienti, chiddu di ‘ssu Niria non ni vulia sapiri! So mamma ppi nno scuntintari so figghia era daccuoddiu a sso figghia. Passaru ddu jonna, so patri: – chi fa ni ‘nni imu? Comu va ffiniu, chi ‘mpiccicammu ccà ‘nna ‘stu ristoranti? Allura sti vacanzi comu finiru, ni facimu ccà?

– Stamu n’autra para ‘i jonna, ccà è bellu, ‘a principessa ci facia, – ni trattunu beni, ‘u manciari mi piaci; temporeggiaunu pi vidiri suddu capiunu si davieru ‘stu cristianu era Niria appi ddavieru. So mamma, daccuoddiu cu so figghia, dici: – Ccà ‘u sai ca ‘u ristoranti è buonu, a mmari ci imu a ccà n’autri ottu jonna, intantu l’avimu a passari ‘sta vacanza, nuautri c’avimu chiffari? Stamu ccà ‘na uttina di jonna. E pissuadiru ‘u rre e si misiru dda. Chiddi iddu ‘u canuscianu e nn ‘o canusciunu, ma iddu ‘i canuscia, ‘a principessa ‘a canuscia, ‘o rre ‘u canuscia, a so mamma ‘a canuscia (‘a suoggira!), pecciò già iddu era a puostu, dici: – Ccà simu! Comu passaru ‘na chidda ‘i jonna chi s’accittaru chi effettivamenti era iddu, iddu organizza ‘na festa ‘i ballu, pigghiau mentri ch’abballaunu: – Ma dimmi ‘na cosa, ma tu, dici, non si Niria?

– Ciettu!

– E com’è ‘a stuoria?

– E com’è a stuoria? Dici: – tannu m’abbiaru avanti avanti e mi cuntintai mi pigghai ‘na puocu ‘i vacchi, ‘na puocu ‘i cuosi. ‘Sta vota invieci mi ittaru ‘o funnu, ma dda c’era ‘u bieni ‘i Diu! C’erunu palazzi, c’erunu ristoranti, ma dda c’era a Merica! E iu m’accuntintai di ‘stu locali, vuosi canciari mistieri, divvintai patruni di ‘stu ristoranti, m’impiantai ‘stu ristoranti, tantu luntanu do mari non ieni. Suoddi, dici, dda c’innerunu…, autru chi sacchi e sacchi putia inchiri, suoddi tutti chiddi chi vulia!

Ora mi fici ‘stu ristoranti, staiu beni e ttuttu cuosi.

– Ora comu facimu a fariccillu capiri, ora chiddu n’ammazza a tutti i ddui! E comu facimu e comu non facimu, quannu stiettiru ‘na uttina ‘i jonna dda e vìstiru chi idda di dda non si spicciava cchiù. ‘U rre si nni vulia iri e idda: – No passamunilli ccà ommai sti ferî.

Quannu iddu capiu ‘a situaziuoni cci dissi: – mah ma vuliti cuntari giusta? Non cridu chi facimu ‘a stissa patti ‘i l’autra vota cu chiddu dda chi puttau tutti ddi vacchi e ddi piecuri!

– Ma tannu eranu vacchi e piecuri, ma ora ‘u vidi chi ggioia di ristoranti chi si fici e quantu suoddi chi puttau?!

– Allura comu facimu, com’è ‘a sunata?

(Iddu era rre ma era bbabbasunazzu!). Comu ci cuntaru ‘a situaziuoni…

– Ora, dici, l’ama studiari ‘a situaziuoni, non è chi s’appa ‘rricchiri iddu sulu, ora, dici, ama vidiri si mi puozzu fari quaccosa iu! Ora quacchi cosa ‘a studiu! Paiau a quattru di chiddi di ddu ristoranti: – ‘U sapiti c’ama ffari, m’ata miettiri ‘nto ‘n saccu, mi mittiti ‘nta ‘ssa carrozza cu ‘ssi cavaddi e mi va ‘bbiati a coccu banna a mmari, ma m’ata ‘bbiari a quacchi banna funnutu, chi iu vuogghiu arricchiri! I bieni l’aiu, c’aiu ‘u castellu a tali banna, c’aiu chiddu di Càccaci, c’aiu chiddu di Spanò (cci nnuminau tutti ‘i cuosi c’avia) picchì, a cuomu mi stannu cuntannu, iu puozzu fari ‘na nova vita! Chiddi dici: – ‘Ppi chissu av’ ‘a mancari? ‘U ‘ttaccaru buonu ‘nto ‘n saccu, ‘u ‘ttaccàru ppi beni, ‘u misiru nna carrozza ‘o rre intra un saccu buonu, quantu non putia quazittiari, non putia niesciri, ‘u misiru ‘nna dda carrozza e ssu puttaru. L’innumani matinu all’abba si truvaru ‘nna ddu mari, spaiaru cu tutta dda carrozza, ‘u spinciru ‘nna dda sponda di ddu mari e ‘u ‘bbiaru dda intra , ci ‘ttaccàru ‘na petra bona, quantu iddu non putia niesciri, quantu si nni calava o funnu e accussi finiu ‘a situaziuoni do rre!

Iddi va finiu chi si spusaru ca principessa. Sa mugghieri arristau vedova, ma ota ia daccuoddiu cu so figghia; basta c’arristau felici so figghia, chidda du rre non ci ‘ntarissau nienti, tantu era pignuolu!, invieci di liquitarisi a chiddu Niria…

Iddi arristaru cuntenti e filici: Niria ca principessa e nuautri arristammu senza nienti!

 

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Perciò, una volta c’era un giovanotto, si chiamava Niria. Allora, siccome discendeva da una famiglia povera, un giorno pensò di andarsene dalla sua famiglia e mettersi in cerca di lavoro. Siccome a quei tempi c’era la monarchia, c’era un castello dove abitava questo re; allora pensò di andare in questo castello, arrivato là abbaiavano i cani; chiama e gli risponde un fattore, era sera, quasi col buio, e si fece avanti questo certo Niria.

– Che cosa desidera?

– Sono in cerca di lavoro e vorrei parlare con qualcuno che amministra qui.

– Io sono il fattore del re. C’è un posto di lavoro, siccome quello che c’era se ne è andato, perché era anziano.

Si accordarono per il prezzo.

– Vediamo quanto devo darti, da domani puoi cominciare a lavorare. E gli diede un posto come staffiere, stalliere; lui si doveva occupare dei cavalli. Avevano tre cavalli, uno del re, uno della regina e uno della principessa. Si misero a lavorare continuamente, gli diedero dei vestiti, lo vestirono per bene, perché doveva uscire per accompagnare loro a spasso, si dovevano fare le passeggiate settimanali e tutto proseguiva bene.

Siccome questa principessa, la figlia del re, era grandicella, incominciò a girargli la testa: la principessa guardava questo Niria che era un bel giovane, perciò il re si stava accorgendo che c’era qualcosa che non quadrava! Passa oggi, passa domani il re si accorse che le era partita la testa per questo Niria e se ne accorse anche la regina:

– Ora come facciamo per liberarci a questo di qua? Erano trascorsi due mesi, tre mesi, un giorno, pensa, ordinò agli operai di liberarsi di questo Niria.

– Vedete se lo potete chiudere dentro un sacco, domani mattina presto lo carichiamo sopra un carretto e si va a buttare. Di notte lo chiusero dentro un sacco per andarlo a portare a mare, come a Catania. Strada facendo, perché la strada era parecchia, fecero riposare questi cavalli ed entrarono in un fondaco. Allora questi capì che si stavano riposando ed incominciò dentro quel sacco a gridare: – Mi vogliono dare la figlia del re e io non la voglio, mi vogliono dare la figlia del re e non la voglio! Si lamentava ripetutamente di questo fatto, che gli volevano dare la figlia del re e lui non la voleva.

C’era uno là in quei paraggi che possedeva alcuni animali, pecore, vacche; come ebbe ascoltato quella situazione si avvicinò, entrò là dentro, di lato di lato.

– Giovanotto, dice, che cos’è questa situazione?

– No, dice, niente, mi vogliono dare la figlia del re e io non la voglio.

– Ma, dice, può essere? Guarda che facciamo, dice, ti sciolgo, esci tu da lì dentro e mi ci metto io, io me la prendo la figlia del re, altro che, me la sposo! Fece uscire quello, si fece legare là dentro. Quelli appena finirono di mangiare e di riposarsi, proseguirono per quella strada, arrivano a mare, lo gettano a mare e se ne ritornano.

Arrivati dal re gli dissero: – Tutto a posto, dice, ce lo siamo liquidato finalmente! Dopo un periodo di tempo, dovettero essere passati sei mesi, […] questo re possedeva fattorie, aveva terreni, aveva cose, aveva pascoli.

Questo (Niria) dice: – Come faccio ora ad andarmi a presentare là un’altra volta, questo Andrea, questo Niria (Andrea si dice in italiano, Niria si chiamava). Si camuffò, si mise una barba, si vestì da vecchio, facendo finta di zoppicare e si presenta un’altra volta dal fattore del re. Chiamò un’altra volta e gli disse: – ho alcuni animali e sono in cerca di pascolo.

– Fatevi avanti, vediamo come possiamo metterci d’accordo: – Alcuni pascoli noi ce li abbiamo, abbiamo stoppie, terreni. Si prese quei pascoli.

Il re nel frattempo era tranquillo di essersi liberato di questo Niria; passarono un po’ di giorni, la principessa a questo lo riconobbe (se la vede lui se aveva segni particolari in faccia o la mattina, mentre si lavava la faccia, si levò quella barba finta che aveva), prese a dirglielo a sua madre e si misero a spiarlo quando si lavava la faccia e scoprirono che era questo Niria. Un giorno che il re si allontanò, lo chiamarono di lato per farsi raccontare com’era questa situazione.

– Loro mi buttarono là a mare, mi buttarono vicino vicino dice, là c’è n’era ben di Dio, ho preso un paio di vacche, un paio di pecore, quelle che mi giovavano e sono qua ora, qui intorno. Da una parte lì per lì non dissero niente al re, però poi, essendo passato del tempo, il re lo cominciò a capire (loro chiacchieravano tra mamma e figlia, parole per non farsi capire).

– Niria è ritornato un’altra volta, quello con quelle pecore, quelle vacche è lui, quello che tu hai mandato a buttare nel mare!

– E come si trova qua?

E gli raccontarono la storia.

– E ora, dice, come facciamo? Con questo non abbiamo fatto niente, dobbiamo cercare di liquidarcelo un’altra volta, ma stavolta lo mandiamo a buttare da qualche parte più profonda, oppure lo mandiamo in qualche mare dove ci sono gli squali, in modo che se lo mangiano e non torna più!

Allora organizza un’altra situazione uguale a quella di prima, invece di due inviò quattro guardie, lo legarono dentro un sacco buono (a quel tempo si usavano quei sacchi di paglia): – legatelo bene in maniera che questo non si fa vedere più qua!

La prima volta lo buttarono nel mare, per dire a Catania, la seconda volta lo portarono in un mare più profondo, per dire da quelle parti di Palermo, Cefalù. La strada era un po’ più lontana e se ne andarono un’altra volta con quei cavalli, di modo che a questo Niria se lo togliesse di mezzo ai piedi, perché era contrario, non gliela voleva dare sua figlia; invece quella era innamorata di questo Niria.

Quando arrivarono ad un certo punto, poi non si fermarono dentro un fondaco (c’era una specie di ristorante e si fermarono là).

– Chissà vi riposate, cercate di fare in modo che questo non abbia più contatto con nessuno, non credo che questo ci fa la barba un’altra volta!

E allora lo rinchiusero da una parte, là c’era un portello segreto, c’era un quadro davanti, di modo che non se ne accorgesse nessuno. C’era il padrone del ristorante, dice: – dobbiamo ascoltare com’è la situazione.

Mentre quelli mangiavano, si riposavano i cavalli e cose, quello sollevò quel quadro e ascoltava, e quello comincia con la stessa storia, dice: – mi vogliono dare la figlia del re e io non la voglio, mi vogliono fare sposare la figlia del re e io non la voglio e come devo fare non lo so, qualcuno mi aiuti, si lamentava, si faceva: – aiutatemi ad uscire, io a quella non me la sposo, nemmeno se mi danno tutto l’oro del mondo!, tutti questi traffici. Ma per la figlia del re io… Sollevò quel quadro, s’infila dentro quel portello ed entra là dentro. Si avvicinò.

– Ma com’è la storia? Raccontamela giusta.

– Ma, dice, mi vogliono dare la figlia del re; gli nominò il re tizio: – ne ha beni e intanto io non la voglio, non è moglie per me!

– Ma, dice, può essere sant’uomo? Guarda che facciamo dice, esci tu da lì e mi ci infilo io, mi leghi bello fitto, di modo che non facciamo gli capire niente a nessuno, perché se quelli vengono va a finire che ci scoprono. S’infila quello, quell’altro se ne esce, s’infila dentro quel portello. Diventò il padrone di quel ristorante.

Quelli proseguirono, quando arrivarono in quel mare, che c’era un mare profondo, c’erano scogli profondi, dicono: – Qua lo dobbiamo buttare, qua non esce sicuro! Gli legarono un pezzo di pietra in quel sacco, di modo che potesse calare a fondo, lo buttarono là dentro e se ne tornarono.

Quando arrivarono dissero: – Sua Maestà questa volta Niria non può tornare più.

Quello diventò il padrone di quel ristorante, lo rimodernò, fece un ristorante di quelli a cinque stelle, dato che poi aveva i soldi. Passato poi ancora del tempo, passa un anno, passarono due anni, passarono tre anni, quella principessa sempre aveva quello per la testa, non si era dimenticata di questo Niria. Maritare non si voleva maritare, regnanti che andavano dal re che volevano sua figlia, gli diceva a tutti no, lei gli diceva: – Ormai non mi marito più, non mi maritai con Niria, ora basta! E non si volle fare più fidanzata, non si volle maritare. Un giorno gli passò per la testa al re, dice:

– Dobbiamo farci una vacanza (si cominciavano ad usare queste vacanze).

– Ce ne dobbiamo andare a mare, di modo che a questa ce la leviamo da dentro (da casa), forse ci capita qualche occasione e si marita; ora questa è cresciuta e non si marita più, non ha voluto dimenticare questo Niria! La regina, il re si prenotano una vacanza (che so dove se ne dovevano andare, in quelle parti di Palermo, Cefalù, lì).

Spara che spunta passarono da questo ristorante! Arrivano in questo ristorante, si prenotano due giorni di ferie là: – Ci riposiamo due giorni, ci fermiamo in questo ristorante, se riconosciamo che qui si sta bene, ci fermiamo qua. La sera pernottarono là, precariamente stettero là.

Cosa fatta dal diavolo!, dato che quella aveva la testa perciata, la principessa, gli disse la testa: – forse è come l’altra volta, disse: – questo qua nel parlare mi sembra lo stesso, in certi gesti che fa, in certe cose.

Chiamò sua madre, una volta di largo: – Che te ne pare? A me sembra lui, è vestito per bene, ha già tutto un altro aspetto (era tutta un’altra persona, non era più [quello] che aveva le pecore e aveva le vacche, poi era padrone di quel ristorante, un ristorante per bene, aveva operai, aveva cose che servivano, gente e cose, era attrezzato bene).

Sua mamma dice: – Nel parlare mi sembra lui, Niria. Insomma sua mamma era d’accordo, suo padre niente, quello di questo Niria non ne voleva sapere! Sua mamma per non scontentare sua figlia era d’accordo con sua figlia. Passarono due giorni, suo padre: – che facciamo ce ne andiamo? Com’è andata a finire, che ci siamo bloccati qua in questo ristorante? Allora queste vacanze come sono finite, ce le facciamo qua?

– Stiamo un altro paio di giorni, qua è bello, la principessa gli diceva, – ci trattano bene, il mangiare mi piace; temporeggiavano per vedere se capivano se davvero questa persona fosse Niria per davvero. Sua mamma, d’accordo con sua figlia, dice:

– Qua lo sai che il ristorante è buono, a mare ci andiamo fra altri otto giorni, intanto la dobbiamo trascorrere questa vacanza, noi altri che abbiamo da fare? Stiamo qua un otto giorni. E persuasero il re e si misero là.

Quelli lui lo riconoscevano e non lo riconoscevano, ma lui li riconosceva, la principessa la riconosceva, il re lo riconosceva, sua mamma la riconosceva (la suocera!), perciò già lui era a posto, dice: – Qua siamo! Trascorsi un po’ di giorni che si accertarono che effettivamente fosse lui, lui organizza una festa di ballo, mentre ballavano prese [la principessa]: – Ma dimmi una cosa, ma tu, dice, non sei Niria?

– Certo!

– E com’è la storia?

– E com’è la storia? Dice: – Allora mi buttarono vicino vicino e mi sono accontentato di prendere un po’ di vacche, un po’ di cose. Questa volta invece mi hanno buttato a fondo, ma là c’era il ben di Dio! C’erano palazzi, c’erano ristoranti, ma là c’era l’America! E io mi sono accontentato di questo locale, volli cambiare mestiere, diventai padrone di questo ristorante, m’impiantai questo ristorante, tanto lontano dal mare non è. Soldi, dice, la ce n’erano…, altro che sacchi e sacchi potevo riempire, soldi tutti quelli che volevo! Ora mi sono fatto questo ristorante, sto bene e tutte queste cose.

– Ora come facciamo a farglielo capire, ora quello ci ammazza a tutti e due! E come facciamo e come non facciamo, quando stettero un otto giorni là e videro che quella di là non si sbrigava più. Il re se ne voleva andare e lei: – No passiamoceli qua ormai queste ferie.

Quando lui capì la situazione gli disse: – ma me la volete raccontare giusta? Non credo che facciamo la stessa cosa dell’altra volta con quello là che ha portato tutte quelle vacche e quelle pecore!

– Ma allora erano vacche e pecore, ma ora lo vedi che gioia di ristorante che si è fatto e quanti soldi che ha portato?!

– Allora come facciamo, com’è la sonata?

(Lui era re ma era un allocco!). Quando gli raccontarono la situazione…

– Ora, dice, la dobbiamo studiare la situazione, non è che si è dovuto arricchire solo lui, ora, dice, dobbiamo vedere se mi posso fare qualcosa io! Ora qualche cosa la studio! Pagò quattro di quelli del ristorante: – Lo sapete che dobbiamo fare, mi dovete mettere in un sacco, mi mettete in quella carrozza con quei cavalli e andate a buttare da qualche parte a mare, ma mi dovete buttare in qualche parte profonda, che io voglio arricchire!

I beni ce li ho, ho il castello da tale parte, ho quello di Càrcaci, ho quello di Spanò (gli nominò tutte le cose che aveva) perché, in base a come mi stanno raccontando, io posso fare una nuova vita! Quelli dicono: – Per questo deve mancare? Lo legarono bene in un sacco, lo legarono per bene, lo misero nella carrozza del re dentro un sacco buono, di modo che non potesse dimenarsi, non potesse uscire, lo misero in quella carrozza e se lo portarono.

L’indomani mattina all’alba si trovarono in quel mare, finirono con tutta quella carrozza, lo spinsero in quella sponda di quel mare e lo buttarono là dentro, gli legarono una pietra buona, di modo che lui non potesse uscire, di modo che se ne calasse a fondo e così è finita la situazione del re!

Loro è andata a finire che si sposarono con la principessa. Sua moglie restò vedova, ma dato che lei andava d’accordo con sua figlia; basta che è rimasta felice sua figlia, a quella del re non le interessava niente, tanto era pignolo!, piuttosto che liquidarsi a quel Niria…

Loro restarono contenti e felici: Niria con la principessa e noi altri restiamo senza niente!